Sul casino Stato-regioni (per questa volta) non incolpiamo la Costituzione

Sergio Mattarella, nel suo messaggio del 1° maggio, ha invocato “un responsabile clima di leale collaborazione tra le istituzioni e nelle istituzioni”, chiedendo al Governoindicazioni ragionevoli e chiare”. Direi che mai come in questo caso il Presidente ha parlato a nome di tutti gli italiani.

L’ultima settimana, dal punto di vista istituzionale, è stata l’apoteosi del casino: Conte annuncia misure incomprensibili, Renzi invoca i defunti per criticarle, Zaia dice “apro tutto”, Cirio: “apro meno”, la Santelli: “apro i bar ma chiudo i confini pure ai residenti”, la Raggi vuole usare i soldati come tranvieri e la maggioranza leghista in Trentino taglia i soldi a sanità e scuola. Dimenticavo il ministro Boccia che, invece di coordinare le regioni, fa dichiarazioni a raffica e minaccia diffide che non spaventano nessuno.

Molti danno la colpa di questa situazione indecorosa al nostro sistema costituzionale. In parte è sicuramente vero: stiamo ancora pagando la bocciatura della riforma Renzi che avrebbe risolto molti problemi del rapporto Stato-regioni. E bisognerà rimettere mano all’argomento.

Ma scaricare tutti i problemi sulla Costituzione è fin troppo facile: qui il problema è di qualità e serietà delle persone. I nostri governanti e amministratori locali non sanno cosa significhino solidarietà, cooperazione e buongoverno e agiscono in una specie di Truman Show, infischiandosene di coordinarsi col resto del mondo.

Non è una novità: da quando esiste il regionalismo è sempre mancato un raccordo efficiente tra le regioni e con lo Stato. Su temi chiave come l’energia, l’ambiente, e persino la sicurezza del cibo, ogni regione ha sempre fatto a modo suo, spesso in concorrenza con le altre e senza mai tentare politiche comuni. Il risultato sono stati problemi burocratici immensi per le imprese, fondi sprecati, debolezza nelle trattative europee, spesa pubblica alle stelle.

La crisi Covid ha spostato in diretta TV queste dinamiche di solito nascoste: il Governo non coordina nulla in anticipo ed emette decreti chiaramente non condivisi, annunciando diffide e impugnazioni (inutili visti i tempi del contenzioso in Italia) nei confronti delle regioni che non si conformeranno. I governatori reagiscono ognuno per conto proprio, e anziché tentare una linea comune, scatenano una battaglia l’una contro l’altra, come se il Covid fosse un autobus che puoi fermare ai confini di una regione. Il problema è che non è così: l’epidemia va dove vuole, e se si guarda la mappa della diffusione del virus è facile vedere che zone omogenee in termini di contagio sono spesso a cavallo tra regioni diverse.

Comportarsi diversamente non sarebbe difficile. In un’epoca in cui tutti gli italiani si riuniscono quotidianamente anche in gruppi molto numerosi su piattaforme come zoom o skype, che problema ci sarebbe ad organizzare un lavoro costante di coordinamento e discussione tra il governo e le 22 regioni e province autonome, al di fuori dei passaggi rituali tipo la conferenza Stato-regioni?

Perché non succede?  Le ragioni sono due: 

La prima è l’incapacità di gestire i problemi pratici, che si cerca di nascondere dietro una pioggia di proclami, polemiche, comunicati, conferenze stampa e post di ogni tipo.

La seconda, più grave, è l’opportunismo politico delle diverse parti in commedia. Perché agire ciascuno per conto proprio consentirà praticamente a tutti di scaricare le colpe su qualcun altro se le cose non dovessero andar bene. 

C’è solo da augurarsi che vada tutto bene, nonostante chi ci amministra in questo modo. E nel frattempo occorre continuare a lavorare per offrire agli italiani una proposta politica diversa, fatta di serietà, contenuti, lavoro approfondito, collaborazione e reale senso delle istituzioni, senza i quali anche la Costituzione “più bella del mondo” serve a ben poco.