Pensioni, cambiare l’art.38 della Costituzione per un sistema più equo e più favorevole ai giovani

PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE D’INIZIATIVA DEI DEPUTATI MAZZIOTTI DI CELSO, DORINA BIANCHI, CAPEZZONE, CATALANO, LIBRANDI, GIORGIA MELONI, NESI, QUINTARELLI, RAVETTO, RICHETTI, RIZZETTO, TINAGLI, ASCANI, BERNARDO, CALABRIA, CENTEMERO, D’AGOSTINO, DAMBRUOSO, MARCO DI MAIO, FAMIGLIETTI, FERRARI, GALGANO, GASPARINI, LATTUCA, MARCO MELONI, MENORELLO, MISURACA, MOLEA, MUCCI, OLIARO, PINNA, RABINO, SOTTANELLI, VECCHIO, VEZZALI

Modifica all’articolo 38 della Costituzione per assicurare l’equità intergenerazionale nei trattamenti previdenziali e assistenziali

Perchè questa proposta di legge

Il rapporto Pensions at Glance 2015, diffuso dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) il 1o dicembre 2015, mette in luce in maniera molto netta alcune difficoltà del sistema previdenziale italiano.

Nel quinquennio 2010-2015 la spesa per le pensioni pubbliche ha in media assorbito il 15,7 per cento del prodotto interno lordo (PIL). Si tratta del secondo valore più alto tra i Paesi dell’OCSE dopo la Grecia, una percentuale che sicuramente diminuirà all’aumentare del PIL italiano, ma che va comunque abbassata con una rimodulazione della spesa pensionistica nella direzione di una maggiore sostenibilità.

Nel 2014, infatti, come rileva l’Istituto nazionale di statistica (ISTAT), la spesa complessiva per le 23,2 milioni di prestazioni pensionistiche erogate è stata pari a 277.067 milioni di euro, aumentata dell’1,6 per cento rispetto al 2013. L’incidenza sul PIL è cresciuta di 0,2 punti percentuali, dal 16,97 per cento del 2013 al 17,17 per cento del 2014.

L’ISTAT ha poi reso noto che il 70 per cento della spesa pensionistica totale è assorbito da pensioni di vecchiaia.

Nel 2014 è poi cresciuto l’importo medio annuo delle pensioni (11.943 euro +245 euro rispetto al 2013). Tale importo è però differente a seconda del genere del soggetto in pensione. Le donne, infatti, pur rappresentando il 52,9 per cento dei pensionati, percepiscono in media 14.283 euro (contro i 20.135 euro degli uomini).

La metà delle donne riceve meno di 1.000 euro al mese, a fronte di circa un terzo degli uomini. Sono evidenti, inoltre, le differenze territoriali tra le diverse aree del Paese. Il 47,7 per cento delle pensioni è erogato al nord, il 20,4 per cento nelle regioni del centro e il restante 31,9 per cento nel Mezzogiorno.

Nel 2014 sono stati, infine, 541.982 i nuovi pensionati. Il loro reddito medio (13.965 euro) è inferiore a quello dei pensionati defunti (15.356) e a quello dei pensionati sopravviventi (17.146), cioè coloro che anche nel 2013 percepivano almeno una pensione.

Quanto alla struttura per età della platea dei beneficiari di pensioni, quasi un quarto dei pensionati ha meno di 65 anni, la metà un’età compresa tra 65 e 79 anni e il restante quarto ha 80 anni e più.

In generale, l’età media dei pensionati è 73,7 anni con una differenza tra i due generi di 4,6 anni (71,1 anni per gli uomini e 75,7 anni per le donne).

Nonostante un incremento graduale dell’età dovuto alle recenti modifiche normative, una percentuale rilevante di pensionamenti avviene prima dei 60 anni.

Il 63,1% delle pensioni ha un importo inferiore a 750 euro e di questi 11,3 milioni di pensioni solo il 44,9% beneficia di prestazioni legate a requisiti reddituali bassi.

Non solo. Anche nel settore previdenziale si fa sentire il peso del divario di genere: il 76,5% delle prestazioni pensionistiche per le donne ha un importo inferiore a 750 euro, mentre per gli uomini questa percentuale crolla al 45,1%.

Insomma, nonostante a partire dal 2013 ci sia stata un’inversione di tendenza sul numero delle prestazioni pensionistiche (calo medio dello 0,6% annuo, con un decremento complessivo del 2,7%), il numero di prestazioni dal 2004 a oggi è aumentato, così come l’importo complessivo in pagamento.

Alla luce di queste osservazioni – e nonostante contributi previdenziali da primato nei Paesi Ocse – il nostro sistema pensionistico non è in grado di reggere il peso di tre fattori concomitanti: la bassa età effettiva di uscita dal mercato del lavoro (la quarta più bassa dell’OCSE), il bassissimo tasso di occupazione per i lavoratori tra i 60 e i 64 anni (il 26%, contro una media OCSE del 45%) e il fatto che ancora oggi molti pensionati ricevano pensioni generose, nonostante un basso livello di contributi versati.

Come avverte l’OCSE, è forte il rischio che i lavoratori più esposti al rischio di una carriera instabile, a una bassa remunerazione in lavori precari non riescano a maturare i requisiti minimi per la pensione contributiva anche dopo anni di contributi elevati.

Più semplicemente, come ha affermato il Presidente dell’INPS, Tito Boeri, i trentenni potrebbero essere costretti ad andare in pensione a 75 anni per ricevere, se matureranno i requisiti, una pensione inferiore del 25 per cento rispetto a quanto ricevono i pensionati di oggi. Sul fronte contributivo, poi, giovani e donne potrebbero scontare in maniera molto più pesante di altre categorie periodi di assenza dal lavoro, disoccupazione e inattività.

Il 26,9 per cento dei giovani tra 16 e 29 anni non sono infatti occupati né coinvolti nel sistema educativo o di formazione. Inoltre, il rischio di povertà si è di fatto già trasferito dagli anziani ai giovani: è povero il 15 per cento dei giovani tra 18 e 25 anni, mentre la percentuale tra gli over 65 è pari al 9 per cento. Il 12 per cento delle donne tra 25 e 49 anni è assente dal lavoro per motivi familiari, rispetto a meno dell’1 per cento degli uomini della stessa fascia di età.

L’ingresso nel mondo del lavoro retribuito avviene poi con più di due anni di ritardo per le donne rispetto agli uomini. Più in generale, la sostenibilità del sistema pensionistico è messa a dura prova dall’invecchiamento della popolazione. L’adeguamento dell’età pensionabile a 67 anni nel 2019 per gli uomini e le donne non sembra sufficiente, da solo, ad affrontare le sfide future.

Il quadro nazionale dunque è molto chiaro: viviamo in un Paese a misura dei vecchi di oggi. Se si va avanti così, le generazioni future avranno pensioni enormemente più basse di quelle di chi in pensione ci è già andato, se le avranno.

Per risolvere questa situazione le azioni più importanti sono, naturalmente, quelle finalizzate, da un lato, alla crescita economica e, dall’altro, a un miglioramento del mercato del lavoro tale da assicurare il più semplice e rapido ricollocamento sul mercato alle persone che hanno perso il proprio impiego, soprattutto giovani e donne. Come suggerisce l’OCSE, poi, è necessario investire sulla formazione e sulla riconversione dei lavoratori più anziani.

Ma qualsiasi intervento normativo non può ignorare le discriminazioni e le situazioni di privilegio, che già oggi sottraggono risorse alle pensioni più basse e che, soprattutto, si scaricheranno sulle spalle delle generazioni future.

La presente proposta di legge costituzionale intende dunque introdurre nella Costituzione nuovi princìpi cardine ai quali devono conformarsi gli istituti previdenziali e assistenziali previsti dalla Carta. Nel testo vigente, infatti, l’articolo 38 sancisce che ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.

Viene poi stabilito il diritto dei lavoratori a misure di previdenza e sicurezza sociale in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.

Ma non si può considerare equo un Paese nel quale il sistema pensionistico discrimina fra pensionati di generazioni diverse. Viene meno un caposaldo della Costituzione, il principio di uguaglianza.

Per questo, nella proposta si prevede che gli istituti, previsti dall’ art. 38 e predisposti o integrati dallo Stato, devono essere informati ai principi di equità, ragionevolezza e non discriminazione tra le generazioni.

Non basta più un “patto generazionale” o un “patto di genere”. Serve il riconoscimento formale in Costituzione del diritto delle future generazioni e di uomini e donne a una pensione decente.

PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE

ART. 1.

1. Il quarto comma dell’articolo 38 della Costituzione è sostituito dal seguente: « Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi e istituti predisposti o integrati dallo Stato secondo princìpi di equità, ragionevolezza e non discriminazione tra le generazioni ».