Il pensiero liberale non è per forza “a popolarità limitata”: basta tornare (per davvero) a Einaudi

Dagli articoli e postdegli intellettuali liberali di oggi traspare spesso una sorta di ostentato compiacimentonel considerarsi “illuminati”, inflessibli, e soli, di fronte alla moltitudine che non capisce, come se il pensiero liberale fosse, per definizione, a “popolarità limitata”.

Questo atteggiamento si trasforma in profezia autoavverante, perché è spesso accompagnato da posizioni massimaliste: lo Stato è sempre cattivo, le tasse sono un furto, le disuguaglianze sono un fatto della vita sul quale non serve intervenire perché ci pensa il mercato, lo stato sociale va tagliato, tutti i mercati vanno liberalizzati, se un’azienda fallisce “pazienza”. Persino gli interventi dell’antitrust (ad esempio sui colossi del web) vengono visti con fastidio.

Raccontati così, è normale che liberalismo e liberismo non piacciano ai più, e appaiano, specie in un momento di crisi, come una difesa dei ricchi contro i poveri, delle grandi aziende contro le piccole, dei privilegiati contro i più deboli.  

In realtà, l’insegnamento di Luigi Einaudi (al quale pure tutti i liberali nostrani dicono di rifarsi), dimostra che il pensiero liberale  non è così semplicistico e dogmatico.

A questo proposito, invito tutti a rileggersi l’articolo “Lineamenti di un programma liberale” (“L’Italia e il secondo risorgimento” del 29 aprile 1944 http://www.luigieinaudi.it/percorsi-di-lettura/lib/percorso-6/di-un-programma-liberale.html), perché delinea una vera e propria “via liberale”, ancora oggi validissima e che non credo sia affatto impopolare.

Dopo aver invocato il ritorno delle libertà politiche soppresse dal fascismo, Einaudi afferma la necessità di una magistratura indipendente, di una stampa libera, di sindacati “capaci di stipulare contratti collettivi che fissino minimi uniformi di salario,al di sotto dei quali non si possa scendere”. In campo educativo, sottolinea la necessità di “offrire a tutti i meritevoli le più larghe opportunità” affinché “i dirigenti politici, culturali, industriali, commerciali, contadini non si debbano reclutare in un ceto ristretto”.

Il grande economista auspica un sistema economico nel quale “entro i limiti posti dalla necessità di promuovere il risparmio e la produzione… e con efficace varietà di mezzi (imposte, assicurazioni sociali,lotta contro i guadagni di monopolio e di privilegio) si promuova grandemente tra i più lo accesso alla proprietà delle terre (lotta contro il latifondo inerte) delle cose e delle imprese, si abbassino le punte troppo alte di ricchezza ed insieme le miserie incompatibili con la vita umana”.

In un sistema liberale, bisogna ristabilire in campo tributario “l’ordine e l’onestà dell’amministrazione della cosa pubblica” e assicurare il pareggio di bilancio

E ancora: “nell’ordine dei principii che i liberali, ubbidienti al loro reale, debbono ad ogni costo sforzarsi di attuare, nessuno ci appare … così urgente come la lotta contro il monopolio” e quei pochi monopoli che resteranno alla fine della lotta saranno o sottoposti all’”opportuno controllo da parte dei rappresentanti della collettività”, o trasformati in “enti pubblici, autonomi e sottratti all’ingerenza del potere politico”. In ogni altro campo, Einaudi rifiuta qualsiasi “socializzazione, nazionalizzazione o statizzazione”.

Io sono convinto che la propaganda di noi liberali sarebbe tutt’altro che impopolare se si concentrasse sulla guerra ai monopoli pubblici e privatil’espansione delle libertà, economiche e non,e la riduzione delle burocrazie e dei privilegi, la lotta alle disuguaglianze,anche attraverso tassazione e reddito minimo, la diffusione delle opportunità di studio e formazionea favore di tutti i meritevoli e la moralizzazione della pubblica amministrazione.

E soprattutto potremo avere successo se sapremo essere pratici e non dogmatici, perché, come dice Einaudi nello stesso articolo “la politica non è fatta di predicazioni millenarie e avveniristiche, ma di azione concreta e fattiva”.