30 anni dopo, la lezione di Falcone è ancora valida

Era il 5 novembre 1988 quando, commentando l’esito del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, Giovanni Falcone pronunciò a Milano un discorso (qui il testo integrale http://www.antimafiaduemila.com/dossier/giovanni-falcone/72-falcone-siamo-corporativisti-e-poco-professionali.html ) che riassume tutto ciò che la magistratura dovrebbe essere, non era allora, e non è oggi. Quelle parole, sono ancora tutte valide e dovrebbero costituire la base per qualsiasi riforma della giustizia. Qui alcuni estratti:

  • la stragrande maggioranza dell’elettorato ritiene che la funzione giurisdizionale non sia svolta attualmente con la necessaria professionalità;
  • la competenza professionale della magistratura non è attualmente assicurata in modo soddisfacente; il che riguarda direttamente gli attuali criteri di reclutamento e quelli riguardanti la progressione nella cosiddetta carriera, l’aggiornamento professionale ed i relativi controlli, la stessa organizzazione degli uffici e la nomina dei dirigenti;
  • le correnti dell’Associazione nazionale magistrati … si sono trasformate in macchine elettorali per il Consiglio superiore della magistratura, e quella occupazione delle istituzioni da parte di partiti politici, che è alla base della questione morale, si è puntualmente presentata anche in seno all’organo di governo autonomo della magistratura”; 
  • il magistrato, attualmente, viene ammesso in carriera sulla base di un bagaglio culturale meramente nozionistico, e … i criteri di accertamento negativo della professionalità non hanno funzionato, se non in casi insignificanti;
  • i trasferimenti, le assegnazioni di funzioni e le nomine ai posti direttivi sono effettuati con riferimento assolutamente prevalente alle aspettative del magistrato; 
  • l’organizzazione degli uffici e le esigenze di razionalizzazione del lavoro restano affidate, in modo del tutto casuale, alla buona volontà ed alle eventuali capacità organizzative del dirigente dell’ufficio, che, ovviamente, non necessariamente coincidono con la sua preparazione professionale;
  • la inefficienza dei controlli sulla professionalità, cui dovrebbero provvedere il Consiglio superiore della magistratura ed i Consigli giudiziari, ha prodotto un livellamento dei valori della professionalità dei magistrati verso il basso;
  • la connotazione come parte del pubblico ministero e la sua maggiore incisività nella ricerca e nella formazione della prova richiedono inesorabilmente una sua specifica professionalità, che lo differenzia necessariamente dalla figura del giudice; 
  • non si tratta di esprimere preferenze o timori per un pubblico ministero dipendente dall’esecutivo o per carriere separate all’interno della magistratura; anche se su questi temi ci si dovrà confrontare al più presto con mente scevra da preconcetti per elaborare e proporre le scelte ritenute più idonee. Si tratta, invece, di prendere atto responsabilmente che le attitudini ed i compiti specifici del pubblico ministero, richiesti dal nuovo modello di processo penale, comportano una sua specifica formazione professionale, che coincide solo in parte con quella del giudice e che anzi, in punti qualificanti, ne diverge nettamente 
  • bisogna abbandonare principi irreali, come quello della onniscienza del giudice, e rendersi conto che, in una realtà complessa come quella attuale, solo la specializzazione del giudice può consentire di comprenderla e dominarla. 

Partiamo da questi insegnamenti per affrontare, senza faziosità o preconcetti, la riforma della nostra giustizia penale, perché tutela della legalità, indipendenza e professionalità dei giudici e garantismo non sono in contrasto tra loro.